A oltre 6 anni dal dieselgate, lo scandalo che ha colpito Volkswagen per via delle centraline truccate al fine di bypassare i test sulle emissioni, arriva un altro terremoto per l'industria motoristica, questa volta in Giappone.

La "bomba" riguarda una serie di accertate omissioni nei controlli dei motori prodotti da Hino, società produttrice di piccoli veicoli commerciali controllata da Toyota, che avrebbe mentito sulle certificazioni dei propulsori addirittura dal 2003.

Stop alle consegne

L'agenzia di stampa Reuters ha riportato pochi giorni fa l'annuncio della sospensione delle consegne dei suoi piccoli camion. Alla base, i risultati di un'indagine del ministero dei trasporti giapponese secondo cui circa 76.000 veicoli prodotti dal 2019 a oggi non sarebbero stati sottoposti a tutti i test previsti.

La Casa si è affrettata a sottolineare che i motori in questione sono in regola per quanto concerne le emissioni, ma al tempo stesso ha bloccato anche le vendite sul mercato interno. Tuttavia, gli stessi propulsori sono montati anche su alcuni modelli a marchio Toyota che risultano quindi coinvolti nell'indagine per circa 19.000 unità vendite nello stesso lasso di tempo.

Fuori dal CJPT

Gli effetti a caldo dello scandalo sono ben lungi dall'aver finito di manifestarsi: con un comunicato rilasciato il 24 agosto, la Commercial Japan Partnership Technologies Corporation (CJPT), creata nel 2021 da un insieme di aziende per collaborare sullo sviluppo di veicoli elettrici a guida autonoma, ha decretato l'espulsione di Hino con effetto immediato.

La condotta dell'azienda è infatti stata giudicata inconciliabile con i principi base dell'associazione, che lavora nella direzione del trasporto sostenibile, della decarbonizzazione. La quota di partecipazione del 10% di Hino è dunque stata trasferita alla stessa Toyota, che ha avuto ed ha un ruolo centrale in questo pool.  

Problema vecchio

La magagna affonda però le sue radici in periodi molto più lontani ed è esplosa lo scorso marzo quando i vertici di Hino hanno ammesso per la prima volta che i dati di alcun idei suoi mezzi erano stati contraffatti. Le prime falsificazioni accertate risalgono addirittura al 2003, e porterebbero ad un totale di mezzi coinvolti stimato in qualcosa come 640.000 unità.

Toyota non sembra avere avuto responsabilità diretta in queste violazioni, tuttavia essendo l'azionista di maggioranza di Hino, con il 50,1% delle quote, è comunque chiamata a un compito di vigilanza e supervisione, considerando che dal 2001 ad oggi tutti i presidenti e i principali responsabili sono stati nominati dal colosso di Aichi.

Jun Nagata, Chief Communications Officer di Toyota, ha sottolineato che l'azienda ha adottato tutte le procedure di vigilanza consentite ma che non sarebbe stato possibile avere un controllo diretto in processi così specifici e che la governance del marchio è responsabile della propria condotta.

L'annuncio ha provocato un piccolo terremoto a livello finanziario, con le azioni di Hino scese del 6,4% per un calo complessivo nell'anno fiscale 2022 del 38%, il peggiore tra le aziende automotive quotate alla borsa di Tokyo, ma senza effetti sensibili per Toyota, già alle prese con vari problemi produttivi tra Covid e crisi dei componenti.

Il dieselgate giapponese

Quello di Hino non sarebbe l'unico caso di indagini per dubbi sule procedure di convalida e omologazione dei motori a seguito della fobia scoppiata dopo il dieselgate tedesco: sempre Reuters ricorda che già 4 anni fa il governo nipponico aveva sollevato dubbi sulla inadeguatezza dei test effettuati da altri costruttori come Mazda, Suzuki e Yamaha, mentre l'anno prima nel mirino erano finite Nissan e Subaru.