L'elettrico porta con sé numerose rivoluzioni, piccole o grandi che siano, e anche nuovi attori nel panorama della mobilità. Attori come Arrival, startup inglese nata nel 2015 dall'idea del miliardario russo Denis Sverdlov (fondatore della compagnia telefonica Yota ed ex-ministro delle comunicazioni di Putin) capace di raccogliere centinaia di milioni di euro di investimenti da tutto il mondo (compreso il Gruppo Hyundai) e quotarsi a Wall Street.

Ora, dopo anni di ricerca e sviluppo, Arrival ha iniziato un tour europeo per presentare i primi prototipi del proprio van elettrico, nato grazie alla collaborazione con UPS, il corriere statunitense che tramite i propri dipendenti - addetti al magazzino, driver e tecnici - ha fornito preziosi feedback per aiutare l'azienda inglese a sviluppare i propri mezzi e che ne ha già ordinati 10.000.

Sostenibilità totale

Nasce così il van a emissioni zero in cui la trazione elettrica rappresenta solo una parte della sostenibilità: i pannelli esterni e interni sono infatti realizzati in materiali compositi riciclati e riciclabili, i tessuti sono ecologici e le batterie che alimentano i motori elettrici (poi ci arriveremo) possono essere riutilizzate, garantendo loro quindi una seconda vita.

Le batterie possono essere di differenti tagli - da 67 fino a 111 kWh - per un'autonomia che va da un minimo di 180 a un massimo di 300 km (calcolati secondo il ciclo WLTP). Percorrenza più che sufficiente per veicoli del genere, destinati a girare in città (con una media di 200 km al giorno), con potenza di ricarica da 11 fino a 120 kW. Alimentano 2 motori elettrici, uno per ciascuna ruota anteriore, dei quali però non si conoscono ancora le specifiche tecniche.

Queste, assieme al prezzo, saranno rese note nel corso dei prossimi mesi, quando il van elettrico inizierà i test su strada per poi essere consegnato nell'ultimo trimestre del 2022.

Arrival, le immagini del primo contatto

Parola d'ordine: modularità

"I nostri clienti finali sono la comunità e le smart cities" dicono in Arrival nel raccontare il loro van elettrico: la comunità perché trae beneficio dall'assenza di emissioni, le smart cities perché oltre a essere elettrico è connesso e in grado di parlare con altri van e con la casa madre, così da poter contare su assistenza da remoto in caso di problemi software. Un concetto che si sta facendo sempre più strada nella mobilità del futuro e che va a braccetto col concetto di modularità.

Arrival Van - Interni

Modularità nelle dimensioni: il van elettrico Arrival infatti sarà disponibile in 3 differenti lunghezze: 5,5, 5,9 e 6,6 metri, con capienze rispettivamente di 10,4, 14 e 17 metri cubi. La modularità è anche nella possibilità di cambiare soltanto alcuni elementi dell'hardware, così da poter mantenere sempre lo stesso veicolo cambiando - in caso di guasti, l'arrivo di nuove tecnologie o esigenze differenti, vari elementi come batterie, centralina e altro ancora.

A cambiare è anche l'allestimento, con i primi prototipi basati sulle specifiche degli spedizionieri USA - con cabina walk-in - ma che possono cambiare a seconda dei mercati, con ad esempio portellone posteriore a doppio battente. A rimanere identica è la plancia, ispirata a quella delle Tesla con un unico monitor centrale a svolgere funzioni di strumentazione e sistema di infotainment.

Arrival, le immagini del primo contatto

Fabbriche nelle fabbriche

L'aspetto forse più rivoluzionario però risiede nel come questi van vengono costruiti. "Ancora oggi in molte fabbriche si usano metodi di fabbricazione di inizio '900" dicono in Arrival, con linee di assemblaggio sempre uguali che possono richiedere anche fino a 1.000 robot per dare vita ai veicoli, col rischio di bloccare l'intero processo in caso di problemi in un singolo settore.

Un paradigma che l'azienda inglese vuole superare con le cosiddette "microfactory", fabbriche allestite con isole indipendenti, ciascuna deputata all'assemblaggio di un veicolo utilizzando in totale 70 robot ai quali si aggiungono piccole piattaforme su ruota a guida autonoma, deputate all'approvvigionamento dei pezzi per ciascuna isola. Niente più megafabbriche che si estendono su chilometri quadrati, ma stabilimenti di dimensioni ridotte che possono sorgere all'interno di fabbricati preesistenti. Perché la sostenibilità passa anche da qui.

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